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PalazzoPortovecchio.

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Il luogo.

Palazzo Portovecchio sorge nelle Valli di San Martino Spino, frazione di Mirandola (Modena). Intorno al palazzo, un chilometro di viale alberato, i barchessoni, le scuderie, il magazzino dei cereali e le case dei butteri formano il complesso dell'ex V Deposito Allevamento Cavalli: un piccolo mondo costruito per i cavalli.

Il palazzo di Portovecchio per intero sotto il cielo azzurro, con lo zoccolo rosso, le persiane verdi e la torretta
Il palazzo di Portovecchio · Foto: Mauro Traldi

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Dove si trova.

I pilastri rossi e i cancelli di ferro dell'ingresso alla tenuta di Portovecchio
Foto: Archivio del Comitato

Portovecchio è nella parte più orientale del comune di Mirandola, nelle Valli di San Martino Spino, a circa diciotto chilometri di strada dal capoluogo. È una pianura bassa, un tempo fatta di boschi, paludi e prati, dove i corsi d'acqua segnavano anche i confini: il canale San Martino chiudeva la tenuta verso il Mantovano, il bosco la separava dal Ferrarese.

Il nome stesso parla di acqua. Nelle carte antiche la località compare spesso da sola, anche senza San Martino, e la tradizione la lega a un approdo sul sistema di canali che scendeva verso il Po. Nel Settecento il palazzo era collegato al canale San Martino da una semplice fossa: che qui ci fosse davvero un porto resta un'ipotesi, ma il toponimo è antico.

Oggi la tenuta si raggiunge da via Valli. A circa quattrocento metri si apre la zona di protezione speciale «Valli Mirandolesi», una delle aree naturali più importanti della Bassa modenese.

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Il palazzo.

La torre dell'orologio al centro della facciata del palazzo, con le persiane verdi, sotto il cielo azzurro
Foto: Mauro Traldi

Il palazzo nasce come casino di caccia dei Pico, la residenza di campagna dove i signori della Mirandola ospitavano gli invitati per le battute nelle valli. Con i marchesi Menafoglio, nel Settecento, viene ristrutturato a fondo: all'Archivio di Stato di Modena si conserva la pianta di un porticato quadrato che allora chiudeva il lato ovest. L'ultimo grande adattamento arriva con l'Esercito, che negli anni Ottanta dell'Ottocento lo trasforma in sede del comando, con uffici e sei appartamenti per gli ufficiali.

Fuori

È un edificio lungo circa sessantaquattro metri e mezzo, appoggiato su uno zoccolo a scarpa rosso scuro, con i piani superiori di un giallo chiarissimo. A rompere la simmetria c'è la torre dell'orologio, alta sedici metri fino alla banderuola: sotto una cupoletta di metallo dal bordo frastagliato stavano le due campane che battevano ore, mezze ore e quarti. Il meccanismo funzionava a pesi e una carica durava più di un mese; sotto il quadrante, illuminato di notte, c'era lo stemma del Regno d'Italia.

Sul lato nord un corpo sporgente, sorretto da dodici pilastri di mattoni, forma un portico e ospita al piano superiore la foresteria, l'appartamento per gli ufficiali di passaggio. Sotto il portico si apre il portone principale in noce, lavorato dai falegnami del Deposito. Davanti al palazzo c'era un giardino con un frutteto chiuso da una rete che faceva da voliera per fagiani dorati e pavoni; sul retro cisterne, lavanderia, orti e un viale di gelsi che arrivava fino al canale.

Dentro

Al piano terra un grande atrio e un corridoio portavano agli uffici: quello del direttore, con il caminetto, e la cassa, protetta da una grata di ferro battuto. Uno scalone di marmo saliva agli alloggi del direttore e del vicedirettore. C'erano poi la sala da pranzo, con camino e passavivande dalla cucina, e il salone illuminato da sei alte finestre ad arco acuto. È in questo salone che, nell'autunno del 1944, si tenne il processo a tre giovani partigiani sanmartinesi, condannati alla fucilazione.

Oggi

Il palazzo è vuoto, recintato e pericolante. Il terremoto del 2012 e la tromba d'aria del 2013 hanno aperto grandi squarci nel tetto, ben visibili anche dalle immagini satellitari, e l'orologio è stato privato dei suoi meccanismi.

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L'ingresso e il grande viale.

La galleria di platani secolari del viale che porta al palazzo
Foto: Archivio del Comitato

All'ingresso della tenuta sei pilastri di mattoni rossi, chiusi da capitelli con una sfera in cima, reggevano grandi cancelli di ferro battuto verniciati di nero; su uno dei pilastri c'era lo stemma del Regno. Ai lati, bassi paracarri di marmo tenevano una catena lasciata cadere morbida.

Da lì partiva il viale Regina Margherita, poi viale Italia: un chilometro di strada tra due file di platani che, crescendo, hanno intrecciato i rami fino a formare una galleria. Lo accompagnava una doppia staccionata bianca e nera, ridipinta ogni anno, e di notte lo illuminavano cinque lampade. Il palazzo, sulla sinistra, si scopriva solo alla fine: un effetto da scenografia, completato in fondo al viale da una finta facciata di castello merlato che, secondo i racconti raccolti in paese, fu distrutta durante la guerra.

Dentro il recinto tutte le strade erano fiancheggiate da olmi o siepi e tenute in ordine con cura: le buche si colmavano di ghiaia, poi compattata da un grosso cilindro di granito trascinato da un cavallo; d'inverno un attrezzo di ferro e legno a forma di V, che i sanmartinesi chiamavano puiana come la poiana in volo, spingeva la neve ai bordi.

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I barchessoni.

Il Barchessone Portovecchio, edificio poligonale in mattoni con tetto di coppi e lanterna centrale
Foto: Archivio del Comitato

I barchessoni sono il segno più riconoscibile di Portovecchio: grandi scuderie a pianta poligonale, con il tetto a ombrello che converge su una lanterna centrale. Per la loro unicità sono stati chiamati «le cattedrali della Bassa». Servivano a ricoverare di notte i cavalli che di giorno pascolavano liberi.

Il primo è il Barchessone Vecchio, nato prima del Deposito. Nel febbraio 1824 il fattore camerale Ercole Cantelli propose agli amministratori estensi un edificio con al centro un «colombarotto», una torretta dove potessero stare i pastori. Con i suoi ventotto metri di diametro è ancora il più grande; a differenza degli altri ha un piano abitato, raggiunto in origine da una scala a chiocciola chiusa dentro la colonna centrale. Nel novembre 1839 una rotta del Po ne distrusse il tetto e la parte nord; l'Esercito lo restaurò negli anni Ottanta dell'Ottocento.

Gli altri furono costruiti dal Ministero della Guerra: sedici lati, una colonna centrale da cui partono a raggiera sedici puntoni di legno, pilastri di mattoni disposti in cerchio. Il legname è pioppo della zona, in tronchi interi, ancora segnato dal latte di calce usato contro i funghi del legno. Le carte militari del 1893 mostrano già i barchessoni Portovecchio, Casalvecchio e Fieniletto; Pascolo, Barbiere e Cappello compaiono in quelle successive, lungo l'odierna via Zanzur.

Dei sette barchessoni ne restano quattro: Cappello e Pascolo sono andati distrutti in due incendi. Il più piccolo, il Fieniletto, senza muri perimetrali e fuori dal recinto, verso Mortizzuolo, ospitava i cavalli in quarantena. Il Vecchio e il Barbiere sono stati recuperati grazie alla cooperativa Focherini, al Comune, alla Fondazione Cassa di Risparmio di Mirandola e a fondi europei, dopo gli studi di quattro laureandi in architettura che negli anni Ottanta ne fecero conoscere il valore; il Barchessone Portovecchio è stato restaurato dopo il terremoto, nel 2018.

Intorno ai barchessoni c'erano i paddock, recinti pavimentati con mattoni di coltello posati a spina di pesce e distanziati quanto bastava per far crescere l'erba: i cavalli, che non erano ferrati, potevano brucare senza rovinarsi gli zoccoli e d'inverno non affondavano nel fango.

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Le tettoie e le cisterne.

Una delle lunghe tettoie-scuderia in mattoni del Deposito, in mezzo ai campi
Foto: Archivio del Comitato

Accanto ai barchessoni il Deposito costruì scuderie di forma più tradizionale, che in paese si sono sempre chiamate tettoie. Le prime cinque erano pronte a metà degli anni Ottanta dell'Ottocento; col tempo arrivarono a diciannove, lunghe centoventi metri ciascuna e riconoscibili solo dal numero dipinto in facciata. Le finestre, alte e senza scuri, proteggevano i cavalli dalla pioggia senza viziarli: dovevano essere pronti per qualsiasi teatro di guerra.

Cinque tettoie si allineano lungo il viale del palazzo, altre stanno dietro e di fianco al palazzo e nella zona di casa Masetta; quelle a sud di via Valli prendevano il nome del luogo: Macchinetta, Vallette, Casalvecchio, Ladri, Cappello, Pascoli, Mezzaluna, Spino. Le tettoie del viale avevano sui lati corti grandi teste di cavallo da tiro in terracotta, con i finimenti: alla chiusura del centro furono staccate e rovinate, e ne resta solo un frammento. Non tutte servivano da stalla: una ospitava la veterinaria, un'altra la mascalcia, la numero tre il reparto dei palafrenieri.

Per abbeverare centinaia di animali non bastavano i pozzi nelle estati di siccità, così l'acqua piovana dei tetti veniva raccolta e depurata in una serie di pozzetti con ghiaia, carbone vegetale, calce viva e sabbia, prima di finire in cisterne sotterranee a cinque stanze disposte a croce, coperte a volta e interrate per tenere l'acqua fresca. Un piccolo capolavoro di ingegneria militare.

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Il magazzino cereali e carriaggi.

Il magazzino cereali e carriaggi, lungo edificio in mattoni con il portico ad archi, in un prato fiorito
Foto: Archivio del Comitato

Poco prima del palazzo, sulla sinistra del viale, sorge il magazzino cereali e carriaggi: un grande edificio di mattoni a vista, con ampie arcate al centro della facciata. Era il cuore agricolo del Deposito.

Al piano terra c'erano il ricovero dei carri e degli attrezzi e cinque scuderie per i cavalli da tiro, con la stanza dei finimenti: selle, redini, cavezze, paraocchi. Sulla parete di fondo una scritta ricordava la regola del posto, un posto per ogni cosa, ogni cosa al suo posto. Ogni mattina i carrettieri bardavano i cavalli e uscivano per i lavori nei campi; ogni sera tutto tornava al suo posto, e un guardiano restava di notte. Davanti, aie di mattoni esposte a sud servivano a seccare al sole il grano prima di portarlo al piano di sopra.

Il granaio occupava tutto il primo piano, diviso a metà da un grande arco in muratura e coperto da doppie capriate sovrapposte. Ci si arrivava con sacchi da un quintale in spalla. I cereali erano separati per specie e accanto si conservava un mangime per cavalli a base di carrube. Oggi parte del tetto è crollata; accanto all'edificio cresce un frassino monumentale.

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L'infermeria e il crematoio.

La piccola tettoia ottagonale su otto pilastri dove sostavano i cavalli convalescenti
Foto: Archivio del Comitato

Una delle scuderie era l'infermeria: celle separate per tenere in osservazione i cavalli malati, gli uffici degli ufficiali veterinari con armadi di farmaci e ferri chirurgici, un reparto d'isolamento per le malattie contagiose. Un carro con il portellone posteriore ribaltabile e sponde alte trasportava gli animali che non riuscivano a camminare.

La malattia più temuta era la morva, che può contagiare anche l'uomo: ogni cavallo in arrivo veniva sottoposto al test della malleina e, se infetto, soppresso. Le carcasse si bruciavano nel forno crematoio vicino all'infermeria, che esiste ancora. Il lavoro dei veterinari del Deposito contribuì a cancellare la morva dal Mirandolese: l'ultimo caso risale al 1928.

Nel cortile dell'infermeria c'è ancora una piccola costruzione a pianta ottagonale, con otto pilastri e il tetto a otto falde, dove sostavano i cavalli convalescenti.

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Le case, il bosco, le acque.

Una casa colonica della tenuta, in mattoni, tra l'erba alta
Foto: Archivio del Comitato

Dentro la tenuta vivevano una quarantina di famiglie. Le case erano sparse ai confini e accanto alle scuderie isolate, perché il buttero che le abitava potesse intervenire a ogni ora: Osteria Vecchia, casa Leona, Co' di Rondine, Masetta Vecchia e Nuova, Vallette, Giavarotta, Macchinetta, Arginone, Fieniletto e altre ancora. Erano abitazioni semplici: tre stanze, una con il camino, servizi in comune all'esterno, il pozzo, il pollaio e l'orto. Per chi abitava lontano, d'inverno, raggiungere la scuola o il forno del paese era un'impresa.

Al margine orientale, verso il Ferrarese, la tenuta finiva in un lembo di bosco antico, salvato per secoli da un terreno troppo irregolare per essere coltivato: frassini e querce enormi, cespugli, poiane, falchi, lepri e fagiani. Più tardi le ruspe lo hanno cancellato.

Restano i viali di platani e di olmi, i fossi, i prati e la vicinanza delle valli, dove selve, acque e campi si confondono: il paesaggio che per cinque secoli ha reso questo luogo adatto all'allevamento dei cavalli.

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Oggi.

Visitatori davanti al palazzo durante le Giornate FAI di Primavera 2017
Foto: Mauro Traldi, Giornate FAI 2017

Il complesso è di proprietà dello Stato e resta in uso al Ministero della Difesa, che lo ha chiuso nel 2011. Dal 2016 palazzo ed edifici sono tutelati dalla Soprintendenza. Dopo il terremoto sono stati stanziati 3,8 milioni di euro per la messa in sicurezza, ma gli interventi non sono ancora stati progettati.

Nel 2025 l'area è finita in un bando per impianti fotovoltaici a terra, chiuso senza offerte; dal 2026 compare nel programma della Difesa per le energie rinnovabili, sottoposto a valutazione ambientale. Il Comitato «Salviamo Portovecchio», il Comune di Mirandola e molte associazioni chiedono che il complesso sia tutelato e restituito alla comunità.

Si può visitare? No. Il palazzo e l'area militare sono chiusi al pubblico; sono stati aperti eccezionalmente durante le Giornate FAI di Primavera del 2017. Fuori dal recinto, i barchessoni restaurati ospitano incontri e iniziative del territorio.

Per approfondire

Le memorie sugli edifici.