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PalazzoPortovecchio.

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La storia.

Dal Quattrocento al 1954 a Portovecchio si sono allevati cavalli quasi senza interruzioni: prima le razze dei Pico, poi quelle dei Menafoglio e degli Este, infine il V Deposito dell'Esercito. Questa è la storia del luogo, epoca per epoca.

753–1352

Le origini.

Prima di San Martino c'era Spino: un abitato di pescatori, allevatori e contadini in mezzo a boschi, paludi e prati. Il suo nome compare già nel 753, tra i beni dell'Abbazia di Nonantola, e nei secoli successivi passa di mano in mano tra le grandi istituzioni del tempo: la Chiesa di Modena, i Canossa, Matilde, la Chiesa di Reggio.

Dal 1038 le fonti parlano di San Martino e delle sue peschiere; poco più tardi un elenco di beni ricorda la corte di San Martino «con tre cappelle, peschiere e paludi». Per circa due secoli è un comune rurale legato a Reggio: nel 1198 i suoi consoli giurano fedeltà al Comune reggiano, che in cambio concede esenzioni dalle tasse. Lontani dalle città e abituati a governarsi da soli, i sanmartinesi si guadagnano fama di gente orgogliosa e autonoma.

A Portovecchio, secondo le cronache, sorgeva un castello di confine, tenuto dalla famiglia Pedocca: è il primo edificio di cui si abbia notizia nel luogo dove oggi sta il palazzo.

Le date di questa epoca

1353–1709

I Pico.

Antica carta acquerellata delle valli di San Martino in Spino, con canali, boschi e lo stemma dei Pico
Carta antica, collezione privata

Nel 1353 il vescovo di Reggio investe Paolo Pico di San Martino in Spino: castello, terre, boschi, valli, acque e paludi. Per oltre tre secoli e mezzo il feudo resta ai signori della Mirandola, non senza violenza: nel 1390 Spinetta Pico, raccontano le cronache, uccide Francesco Pedocca e si impadronisce del castello.

Per i Pico queste valli sono una riserva di caccia e un allevamento. Nei boschi tra Quarantoli e San Martino si caccia con falconi, astori e sparvieri; nei pascoli crescono i cavalli. Le razze più apprezzate sono tre: la Corsiera, cavallo da torneo veloce e possente, la Villana e la Zanetta, più piccola, forse di origine spagnola. Il 7 luglio 1461 il duca di Ferrara Borso d'Este si ferma a San Martino per un puledro; tra il 1476 e il 1479 i cavalli di Galeotto e Antonio Maria Pico vincono per tre anni il palio di San Giorgio a Ferrara, battendo quelli dei Gonzaga. Accanto alle stalle dei signori, contratti di soccida affidano cavalle e puledri ai contadini-allevatori.

L'apice arriva con il duca Alessandro II, tra il 1641 e il 1691. Portovecchio è il casino di caccia dove si ospitano principi e ambasciatori, e i cavalli diventano doni diplomatici: nel 1674 due mute di cavalli nobili per il duca di Sabbioneta. Dal 1622 le monete della zecca di Mirandola portano il titolo di «Signore di San Martino Spino».

A fine Seicento le razze declinano. Nel 1709 Francesco Maria Pico, schierato con i franco-spagnoli sconfitti, perde il ducato: i suoi beni vengono venduti agli Este e lui muore in esilio a Madrid nel 1747.

Le date di questa epoca

1750–1797

I marchesi Menafoglio.

Dal 1711 Portovecchio appartiene agli Este di Modena, che nel 1750 concedono il feudo di San Martino ai Menafoglio, ricca famiglia che diventa così marchese di San Martino in Spino. I nuovi signori investono: ristrutturano a fondo il palazzo, abbelliscono la chiesa, istituiscono una fiera annuale il 9 settembre, festa di San Clemente, e un mercato settimanale. Continuano anche l'allevamento dei cavalli.

Ma il loro governo pesa sui sanmartinesi. Per far posto alle coltivazioni i Menafoglio riducono boschi, pascoli e paludi, togliendo agli abitanti di San Martino e Gavello il diritto di pascolo che avevano da secoli; arrivano divieti di caccia e pesca, recinzioni, tasse. Nel 1775 il marchese Antonio rifiuta sei consiglieri appena eletti; la causa intentata dalla comunità non porta a nulla, e nel 1778 una rivolta per i pascoli viene repressa con la forza.

Il marchesato dura meno di cinquant'anni. Nel 1796-97, con l'arrivo dei francesi e la Repubblica Cisalpina, feudi e titoli nobiliari vengono aboliti e la tenuta di Portovecchio diventa bene pubblico.

Le date di questa epoca

1711–1880

Gli Estensi e l'Ottocento.

Dopo il Congresso di Vienna, nel 1815, Portovecchio torna agli Este. Dal 1818 la Camera Ducale gestisce direttamente le tenute di Portovecchio, Bellaria e Fieniletto, affidate all'amministratore conte Filippo Maria Sabattini e al fattore Ercole Cantelli. È Cantelli, nel 1824, a proporre il primo barchessone, il ricovero poligonale per i cavalli al pascolo che diventerà il simbolo delle valli. Nel novembre 1839 una rotta del Po allaga la campagna e ne distrugge il tetto.

Con l'Unità d'Italia la tenuta passa allo Stato. Nel marzo 1861 il ministro delle finanze Pietro Bastogi decide di vendere all'asta molte proprietà degli ex ducati di Modena e Parma, compreso il latifondo di Portovecchio, valutato oltre un milione di lire. Dopo alcune aste deserte, nel 1862 lo compra il barone Vincenzo Belinda, che lo terrà fino al 1880. Poco dopo, l'Esercito sceglierà proprio questa tenuta per allevare i suoi cavalli.

Le date di questa epoca

1881–1943

Il V Deposito Allevamento Cavalli.

Foto di gruppo del 1928 con ufficiali, sottufficiali e personale del Deposito davanti a un edificio della tenuta
Archivio Andrea Bisi

Dopo l'Unità l'Esercito italiano ha bisogno di cavalli nazionali per l'artiglieria e la cavalleria. Nascono i depositi di allevamento: Grosseto e Persano nel 1870, Palmanova nel 1879. Una legge del 1882 ne aggiunge due, Scordia in Sicilia e Portovecchio, e il 19 aprile 1883 un Regio Decreto istituisce il V Deposito Allevamento Cavalli. A maggio arrivano i primi 350 cavalli; nel 1885 sono 600, nel 1889 più di 800. In paese il Deposito lo chiameranno sempre al Gueran, da Ministero della Guerra.

La tenuta ha tre settori: un distaccamento di cavalleria, il cui comandante guida l'intero centro; il servizio veterinario, che segue l'allevamento; l'azienda agricola, diretta da un perito agrario, che produce fieno e cereali per gli animali. I puledri crescono allo stato semibrado: liberi di giorno, al riparo nei barchessoni di notte, mai legati, e non ferrati. Molte fattrici vengono affidate gravide ad allevatori di tutto il Nord Italia con contratti di fida, eredi della soccida medievale; da qui i puledri tornano a San Martino per essere selezionati. Dal 1924 si allevano anche muli per gli alpini.

Intorno ai cavalli lavora un paese intero: ufficiali e veterinari, scrivani, magazzinieri, fabbri, falegnami, sellai, maniscalchi, carrettieri e soprattutto i butteri, che conoscono ogni animale e sanno cavalcarlo a pelo. Dentro la tenuta vivono una quarantina di famiglie; d'estate si aggiungono centinaia di stagionali per la fienagione. Lo stipendio fisso degli statali fa nascere in paese, nel 1938, una farmacia, un cinema e nuove botteghe. Nel 1928 i butteri formano perfino una banda musicale.

Dal 1898 il centro dipende dal Deposito del Carso di Palmanova, e dopo la Grande Guerra da Lipizza: diverse famiglie sanmartinesi si trasferiscono lì per lavorare con i celebri cavalli bianchi. Nel 1926 il nome cambia in Deposito Quadrupedi di Mirandola, nel 1933 in Centro Rifornimento Quadrupedi. Ma la motorizzazione dell'esercito è già cominciata.

Le date di questa epoca

1944–1953

Guerra e dopoguerra.

La Seconda guerra mondiale porta a Portovecchio il periodo più duro. Tra il 1944 e il 1946 i tedeschi vi concentrano i cavalli dell'esercito italiano: si superano i seimila capi, troppi per qualsiasi struttura, e molti animali muoiono di fame e di malattia. Nell'autunno del 1944 il salone del palazzo diventa aula di tribunale: tre giovani partigiani sanmartinesi vengono processati e condannati alla fucilazione.

Dopo la Liberazione arrivano le truppe americane, con un ospedale veterinario per curare i cavalli sopravvissuti; buona parte degli animali viene poi venduta all'asta, il resto restituito ai reparti.

Il dopoguerra è una lunga coda. I veterinari sperimentano la fecondazione artificiale per i muli, si organizzano cacce alla volpe con gli ufficiali dell'Accademia di Modena e sfilate di carrozze con i cavalli lipizzani. Nel 1952 si batte l'ultima asta di cavalli; nel 1953 una mostra celebra i settant'anni del centro. È l'ultima festa.

Le date di questa epoca

1954–2019

Dopo i cavalli.

La facciata del palazzo con le finestre chiuse e la rete arancione di cantiere che lo recinta
Mauro Traldi

La legge del 30 giugno 1954 sulla riforma dei depositi chiude cinque centri, e con loro l'allevamento di Portovecchio: dopo settant'anni, e dopo cinque secoli di cavalli nello stesso luogo, gli ultimi animali se ne vanno. Molti dipendenti vengono trasferiti in altri centri militari o del Ministero dell'Agricoltura.

Nel 1956 le terre a sud di via Valli vanno alla piccola proprietà contadina e poi alla cooperativa agricola «O. Focherini». La parte nord, con il palazzo, resta all'Esercito come centro logistico dei materiali da ponte del Genio pontieri, poi come deposito e area addestrativa. Le strade, un tempo perfette, si consumano sotto i mezzi cingolati; le terrecotte delle scuderie vengono staccate.

Nel 2010 il Comune di Mirandola avvia i contatti con la Difesa per acquisire l'area; nel 2011 il sito militare chiude. Il terremoto del maggio 2012 e la tromba d'aria del 2013 danneggiano gravemente gli edifici. Nel 2016 la Soprintendenza vincola il complesso, e nel 2017, per le Giornate FAI di Primavera, Portovecchio apre per la prima volta al pubblico: secondo il Comitato, oltre 2.500 persone percorrono il viale fino al palazzo.

Le date di questa epoca

2020–2024

Il Comitato.

La folla di visitatori ai cancelli di Portovecchio durante le Giornate FAI di Primavera 2017
Mauro Traldi, Giornate FAI 2017

Nel giugno 2020 le associazioni di San Martino Spino danno vita al Comitato «Salviamo Portovecchio», con un obiettivo preciso: far votare Portovecchio nel censimento FAI «I Luoghi del Cuore». Nasce il sito palazzoportovecchio.it, con le schede storiche di Augusto Baraldi e Sergio Poletti; seguono una serata pubblica ad agosto, la presenza alla mostra Verde Vivo, il video appello del cantautore Franz Campi, le Giornate FAI d'Autunno dedicate a «San Martino dei Cavalli».

Il risultato arriva nel febbraio 2021: 3.020 voti, primo posto in provincia di Modena, quinto in Emilia-Romagna, 139° in Italia su oltre trentanovemila luoghi segnalati. Nel novembre 2021 il FAI accoglie l'istruttoria del Comitato, unica in Emilia-Romagna, e promuove un tavolo tecnico sul recupero; nello stesso periodo una tesi di laurea, presentata al Barchessone Vecchio, propone ipotesi progettuali. Nel 2022 e nel 2023 due mostre fotografiche al Barchessone raccontano il V Deposito, e nel giugno 2023 riapre il Barchessone Portovecchio restaurato. L'attenzione resta alta: nel 2024 anche Italia Nostra denuncia lo stato di abbandono del complesso.

Le date di questa epoca

2025–2026

Oggi.

Nel giugno 2025 un bando di Difesa Servizi per impianti fotovoltaici include Portovecchio, con pannelli a terra fino a venticinque ettari. La reazione è immediata: una petizione con oltre 1.700 firme, la richiesta del Comune di togliere l'area dalla gara, una conferenza affollata al Politeama, una mozione unanime del Consiglio comunale. A novembre la gara si chiude senza offerte per Portovecchio.

Nel febbraio 2026 il Ministero si dice disponibile a valutare proposte per cedere l'area, ma a marzo Portovecchio compare nel nuovo programma della Difesa per le energie rinnovabili, sottoposto a valutazione ambientale strategica. Comitato, Comune, Regione e ARPAE presentano osservazioni; a giugno una mostra alla Sala Trionfini di Mirandola racconta la storia del Deposito. Il parere di scoping dell'11 giugno 2026 rinvia le osservazioni del Comitato alla fase successiva.

Oggi la procedura attende il Rapporto Ambientale, e i 3,8 milioni stanziati dopo il terremoto aspettano ancora un progetto. Il futuro di Portovecchio è aperto.

Le date di questa epoca